01/02/2009
Piero delle Vele - di Piergiorgio Bighin

Piero delle vele è il titolo di un bel racconto che recentemente ho pubblicato. E’ la storia di un ragazzo, al suo primo imbarco in un bragozzo, che si fa notare per la sua abilità nell’uso dei colori. Mircea, un anziano pescatore della costa istriana, che ha perso un figlio in mare durante una tempesta, lo chiama a dipingere le vele delle sue barche e Piero si mette al lavoro.. un lavoro che è metafora dell’esistenza… si tratta infatti di riconoscere i segni del destino nella quotidiana avventura della vita.

«Il ragazzo s’era consegnato al suo compito con un’assoluta disponibilità, come se un destino gli si disegnasse quotidianamente e chiedesse di essere riconosciuto, come una traccia del disegno lasciata sulla vela. Lui di segni se ne intendeva, ne aveva tracciati molti su quelle vele, tanto che talora stentava a individuare i definitivi, e doveva ricercali, ricomporli, evidenziarli. Pensava che la vita non era diversa, occorreva riconoscerne le tracce e, una volta riconosciute, perseguirle rinforzandole. Alla mattina occorreva silenzio per percepire i segni leggeri lasciati sulle cose dalla notte: il mistero del giorno si poteva improvvisamente svelare e occorreva tenere cuore e occhi aperti per riconoscerlo.
Così il tempo passava scandito dal progredire del lavoro, anche se talora sembrava che Piero indugiasse per non finire. La fine del lavoro segnava una tappa che Piero non voleva raggiungere
Finito quel lavoro desiderava prendere il mare anche lui. Si sarebbe lasciato andare ai venti del destino, avrebbe cambiato rotta, lasciato terra in cerca di un altro approdo. In lui c’era questa determinazione: finite le vele, le avrebbe seguite nel vento.
In quei giorni di vento si dipingeva più volentieri: era come se le spugnette e i pennelli scivolassero più facilmente, risentissero del tempo, prendessero il volo. Piero aveva l’impressione di doverli quasi trattenere per evitare che facessero tutto loro, impossessandosi della sua mano. Allo stesso tempo gli piaceva questa sensazione di lasciarsi andare a una forza di ispirazione semplice, inscritta nella natura».
(Piergiorgio Bighin, Piero delle vele, pp. 49 - 50)
Il Maestro d’ascia

Il maestro d’ascia era una professione di spicco dei vecchi cantieri navali, un tempo quando l’abilità nel lavoro più facilmente si sposava con il senso della vita.
Tino ruppe il silenzio con una domanda che a lungo aveva covato in quegli anni: «Perché vi riesce tutto quello che agli altri è così difficile?»
L’anziano maestro d’ascia non rispose subito, chiuse gli occhi e sorrise, come stesse misurando la risposta. Aveva spesso queste pause: ogni qualvolta doveva compiere uno sforzo o eseguire un movimento preciso, si raccoglieva in sé. Anche in quel momento si arrestò, cercò la risposta come stesse misurando un colpo d’ascia: «Vedi Tino, qui c’è ora solo uno scheletro… Se tu per un attimo lo fissi e poi chiudi gli occhi lo puoi contemplare, prova…. Ora stai vedendo la barca completa, vero? Ecco, ora riapri gli occhi e stammi attento: quando io faccio qualcosa guardo così; nel pezzo di legno che lavoro vedo già la barca…. Io guardo le cose non per quello che sono, ma per quello che diventeranno e poi chiedo la forza perché lo diventino. Così le amo anche se mi fanno male, le amo perché le vedo già finite, già a compimento…. Se ti alleni un po’, un giorno vedrai anche tu. Hai già imparato molti dei miei movimenti: ti ho osservato sai, so che li esegui proprio quando li faccio io. Ora devi imparare il movimento più difficile, senza il quale tutti gli altri ti saranno impossibili: il movimento del cuore…»
(Piergiorgio Bighin, Piero delle vele, pp. 137 - 138)
15:39
Scritto da : lolli51
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